STORIE DIETRO LA TELA

Caravaggio assiste alla decapitazione di Beatrice Cenci


«Parmi un assurdo che le leggi, che sono l'espressione della pubblica volontà, che detestano e puniscono l'omicidio, ne commettono uno esse medesime, e, per allontanare i cittadini dall'assassinio, ordinino un pubblico assassinio»


Con le parole di Cesare Beccaria nel suo “Dei delitti e delle pene” si vuole aprire questa nuova Storia dietro la tela. Il supplizio di Beatrice Cenci, che nel 1599, fu giustiziata insieme alla sua matrigna, e i suoi fratelli. L’accusa: Parricidio.

Una delle esecuzioni capitali più truci della Roma papalina, per la prima volta raccontato in pittura da Guido Venanzoni in una tela del 2019, che sarà presto visibile a Ladispoli alla mostra personale del Maestro nei mesi di Luglio e Agosto 2021.

Cosa successe?

Le esecuzioni capitali a Roma, come raccontano le cronache, i sonetti, o lo stesso Lord Byron che vi assistette, sono sempre stati dei veri e propri spettacoli in piazza; venditori ambulanti accorrevano a mercanteggiare bevande e sigari che gli spettatori consumavano come se si fosse a teatro. Un raccapricciante spettacolo di macelleria, che soddisfaceva il gusto macabro di avventori, educava i figlioli a percorrere la retta via, e dava a tutti l’illusione che tal monito avrebbe posto fine ai crimini.

Le vicende dei Cenci sono narrate nei minimi dettagli da fonti documentali o romanzesche; Alexandre Dumas, il celebre autore del Conte di Montecristo, ne narra addirittura una versione che rasenta l’orrore cinematografico. Cerchiamo un filone conduttore e andiamo ai fatti. Il Conte Francesco Cenci, uomo violento e dissoluto, fu spesso oggetto di accuse d’ogni genere, e a pagare ammende molto salate, proprio a causa dei suoi comportamenti violenti e perversi. Malato di Rogna e di Gotta, per evadere i debiti, si ritirò in esilio in un piccolo castello chiamato la Rocca, a Petrella, nel regno di Napoli con la famiglia al seguito. La storia ci racconta che pur di non pagare la dote per le nozze di sua figlia Beatrice, ne impedì direttamente il matrimonio, e la segregò in quella nera dimora insieme alla sua seconda moglie Lucrezia Petroni. Era un celebre molestatore sessuale, e sua figlia Beatrice, era spesso oggetto delle sue incestuose fantasticaggini, oltre alle attitudini violente che spinsero tutta la famiglia Cenci a tramare la morte del Conte.

Il Parricidio. Dalle cronache si evince che per ben tre volte si tentò di eliminare fisicamente il conte prima di riuscirvi; lo sciagurato nobile scampò prima un avvelenamento, successivamente un’imboscata di briganti pilotata dai famigliari, prima di trovare, poi, la morte in un rocambolesco agguato notturno a cui partecipò tutta la famiglia e alcuni membri della servitù. Fu ucciso nel letto dopo essere stato stordito. Marzio, detto il Catalano, che era maniscalco, gli spezzò le gambe con un mattarello; mentre Olimpio Calvetti, il castellano, lo colpi alla gola e alla testa con due chiodate. Dopo varie sghembe simulazioni si optò per una caduta accidentale, e si finì per gettarlo da una balaustra del castelletto. Il corpo fu ritrovato tempo dopo e fu sepolto in fretta e furia in una chiesa locale.

Ad aprire l’inchiesta furono in prima battuta il Feudatario di Petrella, poi il Viceré di Napoli, lo stesso papa Clemente VIII volle partecipare alla vicenda giudiziaria. Le indagini ricostruirono la vicenda e portarono i protagonisti del “fattaccio” alla confessione sotto tortura e a un ingrovigliato girone di morte che merita una lista cronologica dal primo all’ultimo. A rivelare il complotto, per evitare la tortura fu il Calvetti, il castellano, che riuscì persino a fuggire; fu riacciuffato in seguito da un conoscente dei Cenci, il Monsignor Mario Guerra, che per evitare ulteriori confessioni, lo mise a tacere. Per sempre.

Marzio il Maniscalco dopo un andirivieni di confessioni, confronti, ritrattamenti e ferri arroventati, ammise tutto prima di morire per le ferite inflitte.

Beatrice, stremata dalla tortura della corda, confessò il crimine, e a lei si unirono i due fratelli Bernardo e Giacomo. Di Lucrezia non vi sono molte tracce, oltre il fatto che fu la prima ad essere decapitata, e che, dalla presunta cronaca, il prorompente seno non le permetteva di adagiarsi prona sulla panca che accoglieva il mortale ceppo dove la lunga spada del boia avrebbe fatto giustizia.

Si narra che Beatrice affrontò fieramente il patibolo al punto che lo stesso Boia compì il suo infame lavoro con grande esitazione; la testa della giovine si separò dal corpo dimenando ultimi furiosi scatti fra le preghiere di lei e le imprecazioni del pubblico.

Fu il turno di Giacomo Cenci, arrivato al patibolo già provato dalle ustioni subite durante il tragitto, per lui si risolse il calvario con un colpo di mazzola e un successivo squartamento.

Il giovane Bernardo, appena diciottenne, ottenne la “grazia” papale di dover assistere al massacro dei suoi cari legato ad una sedia con successivo carcere a vita. Sembra che perse i sensi al primo colpo di spada. Buon per lui. Ma che dire del pubblico che assistette? Oltre alle leggende, alle storie e le varie “romanzerie” è storicamente provato che furono testimoni del macabro evento i pittori Michelangelo Merisi da Caravaggio e Orazio Gentileschi che teneva per mano una giovane Artemisia di appena 6 anni. Persero la vita nella calca numerosi avventori. Alcuni caddero nel Tevere annegando, altri morirono per soffocamento nei tumulti popolari che scoppiarono durante l’esecuzione. La vicenda Cenci ha da sempre affascinato artisti d’ogni epoca successiva oltre allo stesso Caravaggio che, si narra, prese spunto dalla violenza dell’intera vicenda per il suo Giuditta e Oloferne; stesso fece Artemisia Gentileschi, anni dopo, oltre ad essere in primis vittima anch’ella degli abusi sessuali di uno dei suoi maestri d’arte.

La decapitazione resta un cliché che dai tempi del mito di Perseo e Medusa o di Davide e Golia hanno accompagnato l’arte e le cronache fino ad arrivare alle esecuzioni capitali della civiltà moderna, e che in Italia, ad oggi, sono per fortuna un macabro e teatrale ricordo.


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