Storie dietro la tela

Fedeltà, purezza o santità? Questo è il dilemma


Quando nominiamo Raffaello, non ci riferiamo solo ad un grande pittore, ma anche a colui che ha posto le basi di una tecnica o “Maniera” che ha segnato enormemente il mondo della pittura nei secoli da lui a venire.

Chi è la donna con il Liocorno?

Prima del 1935 l’attribuzione di quest’opera era del tutto incerta. Essa presentava delle caratteristiche tipiche di un “ripensamento” pittorico; ridipinture, e uno squilibrio generale degli elementi.

Si pensava a più autori del rinascimento Italiano; ma fu con il ritrovamento del disegno preparatorio che, finalmente, si attribuì quest’opera a Raffaello e si andò a fondo nella ricerca delle fonti.



Siamo a davanti a Caterina Gonzaga di Montevecchio, figlia del Marchese di Mantova Ludovico II Gonzaga e Barbara di Brandeburgo. Moglie di Ottaviano di Montevecchio. Amica intima della famiglia Borgia, e, altresì, confidente della famosa Lucrezia per molti anni; dama, al tempo, già famosa per la sua bellezza, e non da ultimo, vincitrice di una competizione estetica a Pesaro ove sfidò e batté Giulia Farnese ritenuta troppo mediterranea per competere con il candore della Gonzaga.

La sua storia va di pari passo alle modifiche del suo stesso ritratto.

Nel ‘900 l’esame a raggi x svelò l’opera nascosta, e, tra i vari ripensamenti e modifiche ci mostrava la dama con in braccio un cagnolino. Caterina, nel 1490, sposò il conte Ottaviano di Montevecchio, probabilmente colui che commissionò il ritratto; e la modella fu dipinta con in braccio un cucciolo di cane, simbolo della fedeltà coniugale. Non sono chiare le ragioni per cui si possa ipotizzare la trasformazione del cane in un liocorno. Secondo i bestiari antichi si credeva, appunto, che solo le donne dotate di profonda purezza, avrebbero potuto avvicinare quest’animale così “raro” da considerarsi, in buona sostanza, introvabile.


Quando nel 1510 Ottaviano morì, Caterina, pare senza eredi, entrò in convento e l’opera fu rimodificata per ritrarre l’effigiata nelle fogge di Santa Caterina D’Alessandria. Si racconta che prima dell’esame radiografico il dipinto presentasse, anche, una palma e una ruota dentata, simboli appunto del martirio della Santa.

Grazie alla maestria di Raffaello questo dipinto ci regala uno tra i volti più iconici del rinascimento Italiano, capace di trasmettere ancora dopo secoli il candido splendore di un’epoca remota, seppure ben documentata, e per noi accessibile solo con la fantasia.

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