Renzo da Ceri, storico uomo d’arme del XVI secolo

Un nostro avo che assurse a leggenda


In quanti conoscono questo personaggio che ottenne un’enorme fama nel XVI secolo, grazie alle sue imprese d’armi?

Renzo nacque nel 1475 nella bellissima Ceri e ottenne l’appellativo “degli Orsini” grazie alla madre Giovanna, ma anche le sue due mogli portavano il cognome Orsini.

Lui però soleva firmarsi Renzo da Ceri, di cui il padre ne era Signore.

Convenzionalmente non può essere considerato personaggio medievale perché “l’era buia” (erroneamente così definita) era appena finita ma, come si sa, di strascichi e retaggi dei tempi appena trascorsi, la società ne era ancora pregna.

L’età dei Comuni aveva lasciato il passo a quella delle Signorie e soprattutto l’Italia, rispetto agli atri Paesi, era frammentata in tanti piccoli Stati, spesso in guerra fra loro e altrettanto spesso al fianco o contro le potenze straniere che imperversavano nella penisola, Francia e Spagna.


Renzo da Ceri vittorioso entra a Crema - 1514

All’Umanesimo era seguito il Rinascimento, quindi un periodo affascinante, complesso, dove l’ingegno umano raggiunse l’apice nel campo artistico ma anche bellico.

La guerra così detta “ossidionale” (ovvero quella d’assedio) si sviluppò enormemente e sia in senso difensivo che offensivo le fisionomie di castelli e rocche mutarono di nuovo, così come era successo in precedenza, alla scoperta e all’utilizzo


sempre maggiore della polvere da sparo.

L’ingegno degli esseri umani quindi si occupò di come espugnare una fortezza e allo stesso tempo di come resistere all’assedio del nemico.


In questa epoca, ottennero fama e ricchezze coloro che, dotati di autorità, lignaggio e acume strategico, riuscirono ad imporsi come comandanti sul campo di battaglia, tanto da essere considerati ed ingaggiati dalle varie potenze, proprio come succede oggi con gli eroi del football.

La condotta militare non era altro che un contratto stipulato tra un signore o un sovrano e un guerriero in grado di guidare le truppe alla vittoria.

Ecco perché, ancora oggi, si usa il termine “condottiero”.

Ma che c’entra tutto ciò col nostro Renzo da Ceri? C’entra e anche molto, perché egli fu uno dei più grandi e abili condottieri del tempo e sebbene ebbe un “debole” per i Francesi e per lo Stato Pontificio, stipulò condotte con tanti reggenti.

Non sarà possibile qui parlare di tutte le sue imprese, perché non basterebbe l’intero web, ma vale la pena accennare al suo esordio, alla sua vittoria più prestigiosa e alla sua sconfitta peggiore. Partiamo dall’esordio.


Fu, rimanendo nella metafora calcistica, un esordio in casa. Combattendo naturalmente per gli Orsini, affrontò ripetutamente l’esercito pontificio che in quel periodo era in rotta con la famiglia laziale (Renzo fu chiamato anche degli Anguillara perché la cittadina lacustre rientrava nei possedimenti di famiglia) e nel 1503 fu costretto ad arroccarsi nella sua Ceri, assieme a Giulio Orsini e al padre Giovanni, perché assediato dalle truppe papali guidate da Ludovico della Mirandola.

Resistettero a lungo e, come spesso accadeva a quei tempi, salvarono capra e cavoli, evitando la distruzione (il cannoneggiamento fu terribile), accordandosi su una “buonuscita” di 40.000 ducati.

In quest’occasione Renzo ebbe modo di dimostrare la su fibra.


Con molta più esperienza sulle spalle, a cavallo tra 1513 e 1514, si rese protagonista di una impresa davvero notevole, in Lombardia, a Crema, mentre era al soldo dei veneziani contro spagnoli, i Colonna e altri.

Gli fu offerta una condotta favolosa che però avrebbe comportato di essere il secondo, agli ordini dell’Alviano, cosa che non gli piacque e infatti rifiutò, nonostante fosse in gravi difficoltà a Crema, assediato e accerchiato.

Però, così, avrebbe potuto esprimere il suo talento nel guerreggiare e lo fece.

Iniziò una guerriglia fatta di scorrerie e agguati, tranelli e assalti notturni, il che gli permise di sconfiggere ripetutamente il nemico, indebolirlo e di riportare a Crema bottino e prigionieri.

Una notte di agosto compì il suo capolavoro. Dopo aver mandato delle spie per conoscere il dislocamento nemico (guidato niente meno che da Silvio Savelli e Prospero Colonna) attaccò di sorpresa il Savelli, dopo aver tagliato fuori il Colonna da un possibile ricongiungimento.

Con 400 contadini, 700 fanti e 60 archibugieri attaccò il campo del Savelli, facendo strage di nemici, incendiando il campo e facendo razzia.

Tale impresa rimase nella storia della città lombarda.


Infine la sua peggior sconfitta. Fu a Roma, nel 1527, quando si verificò il famoso Sacco di Roma definito “dei Lanzichenecchi”, sebbene l’esercito guidato dal connestabile di Borbone contasse su 10.000 tedeschi, 5.000 spagnoli, 18.000 italiani poi svizzeri, disertori, saccomanni e varie altre truppe.

Renzo forse sottovalutò il nemico, di certo ebbe in dotazione truppe scarse e male addestrate ma quando i lanzichenecchi devastarono con relativa facilità le barriere, neanche la morte del Borbone li demotivò.


Renzo, sebbene accusato dal pontefice Clemente VII, resistette valorosamente tanto da ricevere l’onore delle armi da parte del nemico ed ottenne salva la vita assieme a 400 soldati. Si recò a Civitavecchia e s’imbarcò per la Francia.

Ecco, queste furono le imprese del nostro antenato, Renzo da Ceri o degli Anguillara, che morì cadendo da cavallo durante una partita di caccia, nel gennaio del 1536.

È possibile, ma tutto da provare, che ebbe a che fare con il nostro Castellaccio dei Monteroni.

MM

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