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E chi sei, Pelè? (Omaggio a O Rey)

Aggiornamento: 10 gen

O Rey ci ha lasciato, il Regno è senza più sovrano...


Ci sono alcune personalità, poche invero, che compaiono nella Storia del Mondo e ne diventano architravi irrinunciabili, ma architravi dell'anima, quasi che il Mondo appunto, non sarebbe stato lo stesso o forse non sarebbe proprio stato, senza di loro.


Ci sono raggi di luce eterna che compaiono nelle tenebre di un'esistenza altrimenti oscura e swamp, donano la visione del bello ai contemporanei che altrimenti rimarrebbero ombre nell'ombra.


Ci sono nomi che vanno al di là dell'identità personale e travalicano i confini ristretti del riconoscimento individuale e che assumono nel tempo un valore universale, immenso, colmo di cose belle tanto da stupire che possano essere contenute, ad esempio, in sole quattro lettere di cui l'ultima accentata.


Pelè.


Io sono nato con Pelè già Campione del Mondo, la Perla Nera aveva già incantato sebbene giovanissimo nei mondiali di Svezia del 1958 e il suo nome, breve e facile da pronunciare, era magicamente diventato sinonimo di Calcio, Pallone, Football, Pelota.

Come un contadino che sparge il seme della vita tra i solchi profondi e coriacei della sua terra, Pelè aveva raggiunto ogni angolo di terra fertile, persino nei più remoti anfratti del pianeta e l'aveva fecondata con il seme della bellezza, dell'arte, della libertà che altri nei secoli avevano fatto con in mano un pennello, uno scalpello o uno spartito.


Lui aveva usato le sue gambe, la testa, i muscoli guizzanti e i tratti magici che so, di un Caravaggio, li aveva traslati su di un campo erboso, disegnando serpentine mai irridenti, traiettorie impossibili da comprendere dagli altri giocatori, tocchi a una sfera di cuoio con una maestria e una grazia che neanche una principessa dai natali nobili sarebbe stata in grado di tratteggiare.


Sì perché Pelè era grazia, era il perfetto connubio tra la forza e l'agilità, tra la muscolarità e il volo, tra il genio e la semplicità che come il suo nome appariva e disarmava per l'apparente normalità e che invece racchiudeva il tocco divino di un Dio che amava il Calcio.


Pelè.


Il più grande di tutti, di sempre, perché investito di un compito diverso, ad esempio, da altri immensi giocatori, uno tra tutti Maradona, inarrivabile se ci limitiamo a una comparazione tecnica.

Ma Pelè è stato altro. Maradona è stato in quanto Pelè era stato.

Così come Pelè è stato in quanto Dio è stato.


"E chi sei Pelé?" mi dicevano da ragazzino quando giocavo sulla spiaggia e avevo pochi anni, non perché avessi anche solo una infinitesimale parte della sua classe, ma perché erano gli anni '70 e il Mondo si lasciava deliziare e rapire dalla danza armoniosa di quel ragazzo di colore che tutto il mondo cominciava a riconoscere, grazie alla televisione.


Pelè.


Un sorriso di una dolcezza infinita che non potremo più vedere se non in immagini registrate chissà da quanto tempo.

Ma chi ha avuto la fortuna di nascere durante il suo percorso terreno sa che quelle quattro lettere, significano molto di più di un ragazzo chiamato Edson Arantes Do Nascimento che giocava bene, molto bene a pallone e che calcava i verdi campi d'erba del mondo, correndo dietro a una sfera di cuoio.


Chi lo ha vissuto sa.

Sa che l'immensità, l'amore, il senso della vita possono racchiudersi in sole tre lettere.

Pelè, in fondo, ne ha quattro.


Pronunciatele a bassa voce: Pelè...


Sarà bello e facile come dire "Dio".


MM





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